CASA DI CURA BONVICINI

Intervista al dott. Paolo Bonvicini della Casa di Cura

Fonte : altoadige.gelocal.it

URL : http://altoadige.gelocal.it/cronaca/2014/01/16/news/lo-sfogo-di-bonvicini-il-mio-incubo-chiudere-la-clinica-1.8482547

Data: 16 Gennaio 2014

Autore: Paolo Campostrini

Titolo:

Lo sfogo di Bonvicini «Il mio incubo? Chiudere la clinica»

 

«Non si può tenere fermo tutto due anni in attesa del Tar» Al sindaco: «Spero trovi il modo per non fermare i lavori»

di Paolo Campostrini

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BOLZANO. «Mio nonno è stato il primo Bonvicini a salire a Bolzano e a occuparsi di sanità. Erano gli anni Venti. Ecco: il mio incubo ricorrente in questi giorni è essere io, quasi un secolo dopo, a spegnere l’ultima luce, a sbarrare le porte e a buttar via la chiave». Paolo Bonvicini ha appena chiuso una telefonata nel suo ufficio di via Pacher. La linea del fronte. Da un lato la clinica e le centinaia di pazienti che vanno lì per trovare il modo di tornare a vivere con dignità. Dall’altro, le case dei suoi vicini. Tutti amici. Una volta. Adesso molto nemici. Sono loro la trincea anti-clinica, quelli che hanno aperto il contenzioso al Tar che bloccherà ancora per un anno tutti i lavori di ampliamento. Vitali per il futuro della Bonvicini: senza, sarà fuori norma . La telefonata appena chiusa era con una delle imprese impegnate nel progetto.

Che voleva?

«Stabilire i costi del fermo cantiere. Loro ci perdono, io neanche le sto a dire. Capisco i giudici, non voglio sindacare. Ma dopo un anno e mezzo di interruzioni, adesso ancora un altro anno in attesa di una sentenza. Un anno se andrà bene. È un tormento».

Spagnolli ha detto: la giustizia si mostra una volta di più inadeguata. E la città ha bisogno della clinica.

«Non lo ha ancora ringraziato. Ma lo farò. È importante avere almeno la solidarietà sua e di quasi tutto il consiglio. Ma…».

Ma?

«Sarebbe bello se riuscissero a fare qualcosa di concreto. Del tipo: adesso non posso più costruire ma se potessi almeno scavare…Trovare, tecnicamente, una via d’uscita per non interrompere totalmente i lavori. Riuscire a continuare la predisposizione del futuro cantiere. Non perderei tutto e gli operai non andrebbero tutti a casa».

È stanco?

«Il medico mi ha consigliato di prendermi una pausa. Sei sotto stress, mi ha detto, pensa al cuore. Ma a volte credo che vogliano prendermi per sfinimento».

Succederà?

«Se decidessi di mollare sarei costretto a ridurre drasticamente i posti letto e ancor più drasticamente il personale. Ma è difficile. I Bonvicini hanno ormai un dovere anche morale nei confronti di chi continua a sperare in noi. Provo a tenere ancora le posizioni. Ma tutti i giorni vedo la preoccupazione nei volti dei miei collaboratori. E non sono più belle giornate».

Cosa ha pensato quando ha saputo del rinvio della sentenza?

«Che è un rinvio troppo lungo».

E poi?

«Mi chiedo se sia possibile che il Tar si debba interrogare ancora se la Provincia fosse o meno autorizzata a stabilire i 15 mila metri quadri di spazio di intervento. La Provincia aveva esaminato i progetti sottoponendoli al vaglio di tutti i suoi organi tecnici, nulla di irregolare, tutto a norma. E dunque? Perchè la politica non può decidere? È come se le fosse impedito di ampliare la grandezza delle celle del carcere. Se può, che lo faccia. Noi dovevamo adeguare gli spazi. La fisioterapia ha bisogno anche di luoghi di relazione. Non sono pazienti acuti che stanno tre giorni e via. Necessitano di contatti coi familiari, di calore e vicinanza. Di normalità».

Con il mercato libero la clinica rischia adesso di perdere anche alcune convenzioni.

«Sono le conseguenze della liberalizzazione. E nessuno può opporsi ideologicamente. Ma non perdere le opportunità di concorrere. Non c’è più un mercato protetto anche se i parametri devono garantire competenze e strutture. Ma se non cresci, non migliori gli impianti e ampli gli spazi soccombi. Il destino, se mi bloccano ancora a lungo, è il fallimento. E ti chiedi ancora una volta se ne vale la pena».

Che accade se invece avrà la possibilità di adeguare la clinica?

«Che sarà in linea con i bisogni dei prossimi 15, 20 anni. Saranno garantiti i dipendenti e assicurata la qualità delle prestazioni ai pazienti».

Perché una clinica all’interno della città?

«L’ha detto anche il sindaco. È bene per Bolzano possedere strutture come queste, comodamente raggiungibili. E non a Settequerce o ad Appiano. È un servizio ai bolzanini. Un valore collettivo».

Un’alternativa alla delocalizzazione sanitaria?

«È così. Penso sia un giusto riequilibrio».

Sono i suoi vecchi amici, i vicini di una vita a farle la guerra.

«Mi fa molto male. È una questione che mi mette un senso di continua oppressione. Fosse gente sconosciuta sarebbe stato meglio. A volte non so cosa dire. Molti fanno finta di non avermi mai conosciuto. Se mi incrociano cambiano strada».

E lei?

«Ho tentato un’infinità di volte di ragionarci. E dire che con molti di loro ho precedenti di grande confidenza. E in tanti hanno fatto negli anni lavori di ristrutturazione nelle loro proprietà. Senza che nessuno e io in particolare, battesse ciglio. Un esempio: mia nonna, sarà stato il 1952 o il 1953, aveva fatto costruire un garage al papà di Vascellari. Ora il figlio capeggia il fronte contro di me. E proprio quel garage, che i Bonvicini avevano autorizzato, è stato l’innesco della guerra sulle distanze. Da non crederci. È proprio vero che la riconoscenza non appartiene a questo mondo. Sicuramente non al mio piccolo mondo».